Vecchio video (non completato) che mette a confronto le tecniche quasi "fiabesche" che si vedono in molte dimostrazioni di arti marziali e di come in realtà si svolgono le VERE aggressioni... ;-)
lunedì 7 luglio 2014
sabato 5 luglio 2014
Fiore dei Liberi.
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| Due immagini che ritraggono Fiore dei Liberi in azione, tratte dal bellisimo manoscritto recentemente restaurato dal Paul Getty's Musem di New York City (U.S.A.). |
Fiore partecipò alle innumerevoli guerre e guerricciole che si svolgevano fra la bellicosa nobiltà germanica e negli ultimi anni della sua carriera "attiva" ritornò in Italia, iniziando così l'attività di Maestro d'Armi (Magistro Scharmidore).
Il Liberi aveva un fisico possente (si dice fosse alto poco meno di due metri) ma, nonostante la sua mole, si muoveva con velocità ed eleganza ed aveva un'innata abilità per il combattimento che affinò ed arricchì in decine di battaglie campali e in numerosi duelli (singolar tenzone).
Dopo qualche anno di attività indipendente venne poi chiamato da Nicolò II, Duca d'Este che lo volle come Maestro d'Armi per se e per i suoi fidi e li rimase fino alla morte che avvenne nell'anno 1420.
Le tecniche che ci ha trasmesso nei suoi manuali (sia con la spada che a mani nude) appaiono estremamente "concrete", semplici e tremendamente efficaci, frutto di una reale ed efficacissima esperienza fatta sui campi di battaglia.
Formidabili ed attualissime le sue tecniche di difesa contro il coltello che nelle prove pratiche hanno dimostrato di funzionare meglio di molte tecniche moderne.
In tutto il suo sistema traspare un fortissimo spirito combattivo: tutto è semplice, istintivo, velocissimo e brutalmente efficace. La difesa, quando c'è, è sempre aggressiva e volta ad una rapida riconquista dell'iniziativa. Ricco di trucchi e stratagemmi, lo stile di Fiore è tutto orientato alla chiusura del combattimento nel modo più rapido e semplice possibile e questo lo rende estremamente attuale ed efficace, molto più che altri metodi ideati nei secoli successivi.
Il metodo di Fiore è stato immesso da poco nelle offerte della nostra scuola.
Arti marziali italiane??
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| Flos Duellatorium - 1409 (Paul Getty's Museum) |
“Principiamo prima in nome de Dio e de Messer sant Zorzo de lo abrazare a pe a guadagnare le prese. Le prese non son guadagnade se le non son cum avantazo”
[Fiore de' Liberi, Magistro Scharmidore. 1409]
Da molti decenni noi leghiamo le cosiddette "arti marziali" all'oriente. Karate, Judo, Ju-jitsu, Kung-fu, Taekwondo, Muhay Thay, ecc. Sono i nomi che vengono in mente quando sentiamo parlare qualcuno di arti marziali.
Adesso vanno di moda le arti marziali miste, o MMA, oppure i sistemi filippini, ma sembra che l'autodifesa a mani nude sia un affare che non ha mai riguardato l'occidente.
Eppure, nelle accademie e nelle sale da scherma, fino al secolo scorso, gli schermidori si esercitavano nella pratica della cosiddetta "lotta a mani nude". Era questa una scuola dal forte sapore conservativo e vitale, composta da colpi sferrati con pugni al petto e al viso o da mazzolate, da calci a falcetto con la punta della scarpa o con il tallone, di prese e strette della lotta come la "rompibraccio" e di azioni finalizzanti in corpo a corpo che andavano dal colpire gli occhi, le articolazioni, fino all’uso dei gomiti e della testa per produrre effetti immediati nell’aggressore.
Nel corpo a corpo tecniche di gambetto, di stramazzo, di capofitto, potevano far precipitare al suolo l’avverso a subire una sfiatata, tecnica di percussione in caduta con le ginocchia sul tronco o sulla testa.
Da dove veniva questa forma completa di lotta e chi l’aveva tramandata fino al secolo a noi più vicino?
La tradizione italiana deriva dalla fusione delle tre grandi culture occidentali (celtica, latina e greca) che sono le genitrici feconde dell’Arte Marziale italiana. Tutti questi sistemi si fusero in quello che ai tempi dell'Impero Romano era il più avvincente spettacolo sportivo e cioè l'Arena dei Gladiatori.
La lotta dell'antica scuola italiana è pratica, temibile, essenziale, finalizzata alla pura conservazione della vita, eppure lo studio conferma la grande scienza pratica che ne dirige i principi e ne delinea le tecniche. Filippo Vadi, magistro pisano, nel suo Trattato del 1485 così ben riassume le finalità tecnico pratiche dell’Arte:
“Ma ciascuno omo dotto e adottato de bono ingegno, avanza e supedita qualunque sia più robusto di lui e più pieno di forze, iusta illud preclare dictum: ingenium superat vires...”
La scuola antica sarà ereditata e sarà tenuta in somma reputazione dai Maestri del Rinascimento che traghetteranno le conoscenze di generazione in generazione: possiamo ammirare metodiche di combattimento corpo a corpo in tutti i maggiori Trattati del Rinascimento e dei secoli successivi fino ai primi dell’Ottocento.
Conosciamo e studiamo quest’affascinante forma di lotta vitale grazie ai trattati antichi (FLOS DUELLATORUM, 1409 - DE ARTE GLADIATORIA DIMICANDI, 1485) in cui i magistri scharmidori con le loro lezioni ci rivelano e ci tramandano l’Arte di porre fine il prima possibile allo scontro. Così il magistro friulano Fiore dei Liberi ci insegna:
“Lo abrazar vol VII cose: zoè forteza presteza de pìe e de brazi e prese avantazade e roture e ligadure e percussiòn e lesiòn... “
La pratica a mani nude che ci tramanda è fatta di concretezza: dalla posizioni di guardia, nel trovar di braccia per guadagnare le prese ed intercettare le linee nemiche, ai guadagni per entrare nel gioco stretto con un repertorio di azioni che possono incuriosire il più smaliziato marzialista per la loro attualità.
Lo studio approfondito della scuola antica permette di sviluppare, una volta intercettate le linee, una serie di strategie che possiamo così riassumere:
prese avantazade e ligadure, azioni per imprigionare e intrappolare le braccia o le gambe avverse;
le roture, azioni applicate per rompere articolazioni e ossa “deboli” del corpo;
percussiòn, cioè serie di colpi portati con le mani, gomiti, ginocchia e piedi al corpo del nemico;
lesiòn, cioè tecniche per ledere con pressioni e strizzate parti molli del corpo (occhi, gola, orecchie, genitali, ecc...);
gambaròle, cioè sgambetti di vario genere;
capofitti;
stramazzi, azioni per proiettare, sbilanciare o far cadere l’aggressore in malo modo, prima o dopo averlo colpito.
Così a percussioni schermistiche con pugni al petto e al viso, pugni di stoccata, calci puntati e a falciuola, parate di incontrazione, cedute, arresti in tempo e in quarti, si affiancano tecniche dal sapore antico come distorsioni di dita, distorsioni di braccio, sbassi, svincoli con calcio, gambarole, stramazzi, rompibraccio, girocollo, prese di slogata, balestrate...
Il tutto a restituirci l’immagine di una disciplina che pur nel rigore della sala d’armi persegue il codice antico della pratica a mani nude dal forte sapore autoprotettivo.
La pratica delle Mani Libere, oltre che mezzo per rispondere con la competenza necessaria contro attacchi disarmati, era anche materia per conoscere ed esercitare la salvazione, cioè quell'insieme di strategie e tecniche vitali per sopravvivere ad attacchi di coltello (materia in cui la scuola italiana è tremendamente efficiente).
Dopo che sono trascorsi cinque secoli (di cui quasi due di completo oblio!) è ancora possibile diventare idealmente scholari del magistro Fiore, imparando un metodo di autodifesa elegante e scientifico sul piano tecnico, ma estremamente risoluto e drastico nell’applicazione dell’arte dei nostri avi.
Stress, Paura e Panico.
Esistono varie forme di paura, ma sicuramente l'idea di essere feriti o uccisi da un nostro simile può essere talmente insopportabile, da paralizzare un qualsiasi individuo non preparato.
Si tratta del cosiddetto "stress da combattimento",il quale ha una psicofisiologia particolare, per certi versi unica e non assimilabile ad altre forme di stress, come quello da competizione, per esempio.
Appena il cervello riconosce una situazione di pericolo potenzialmente mortale, le ghiandole surrenali rilasciano un forte quantitativo di adrenalina nel sistema circolatorio.
L'adrenalina è un ormone in grado di produrre intensi cambiamenti fisici, percettivi e psichici tra i quali:
- aumento della frequenza cardiaca e pressione sanguigna
- aumento della sudorazione (correlato allo sfruttamento intensivo delle risorse di energia già immagazzinate dal corpo)
- aumento della frequenza respiratoria (come sopra)
- riduzione della produzione di saliva e di muco (bocca secca)
- aumento della massa e del tono muscolare e della forza fisica
- forte riduzione della percezione del dolore
- dilatazione delle pupille
- richiamo di sangue dalla periferia al centro (estremità fredde)
- aumento della capacità di coagulazione del sangue
- contrazione di muscoli e tendini allo scopo di fare scattare il corpo
A livello psichico e sensoriale, il rilascio di adrenalina nel sangue determina i seguenti effetti:
- riduzione della capacità di ragionamento e di ricordare
- effetto tunnel (riduzione del campo visivo, con perdita della visione periferica)
- diminuzione della percezione uditiva (i suoni sembrano attutiti o ovattati)
- effetto moviola (alterazione della percezione del tempo, visione al rallentatore)
- effetto bianco e nero (alterazione della percezione dei colori)
- disagio legato alla comparsa ed al diffondersi della paura
Lo stess da combattimento, può inficiare pesantemente le prestazioni del combattente, per cui, in presenza di un vero scontro "da strada" (potenzialmente mortale, quindi), anche persone sulla carta preparate (per esempio esperti in arti marziali, praticanti di sport da combattimento) si trovano in seria difficoltà o nell'impossibilità di replicare prestazioni che in palestra riescono senza problemi.
Il problema sembra legato anche alla frequenza cardiaca che, come già detto, aumenta vigorosamente sotto l'effetto dell'adrenalina, ma che provvoca effetti diversi in relazione al suo aumentare.
In pratica, più aumentano i battiti, maggiore è lo scadimento delle prestazioni del combattente.
In un celebre studio di Grossman & Co viene esposto uno schema riassuntivo molto eloquente:
80 bpm - frequenza normale
115 bpm - deterioramento delle abilità motorie fini
145 bpm - deterioramento delle abilità motorie complesse
175 bpm - deterioramento dei processi cognitivi
vasocostrizione
perdita della visione periferica (effetto tunnel)
perdita della percezione profondità/distanza
esclusione uditiva
oltre i 175 bpm:
- reazioni irrazionali di attacco e fuga
paralisi
perdita del controllo di svinteri/vescica
attività motorie grossolane
La cosa più importante da notare al riguardo, è che questi sintomi/effetti sono specifici dello stress da combattimento e non compaiono affatto in altre forme di stress, come per esempio nel combattimento sportivo, o nello sport intenso.
Durante le competizioni, infatti, la frequenza cardiaca può raggiungere e anche superare i fatidici 175 bpm ma non avremo gli effetti che ho elencato sopra.
Questa problematica costituisce un enorme ostacolo per gli istruttori di difesa personale e per tutti quelli che devono formare qualcuno per il combattimento reale.
Il problema è talmente enorme che la maggior parte non se ne occupa affatto e, quelli che lo fanno, il più delle volte se ne occupano nel modo sbagliato.
Riassumendo, per allenare qualcuno ad affrontare lo stress da combattimento, allo scopo quindi di limitare gli effetti negativi della paura, occorre creare delle situazioni di rischio realistiche per l'allievo, al limite del codice penale.
Alcuni istruttori, invece, prendono la scorciatoia di sottoporre gli allievi ad un intenso stress fisico/atletico con esercizi faticosi, frenetici ed intensi fino a scoppiare.
Secondo loro, allenarsi a questo tipo di stress equivale ad allenarsi al combattimento reale (e letale).
Purtroppo non è così, e ancora una volta si rischia di allenare persone destinate ad acquisire false sicurezze, destinate a costar care.
[Fonte: Franco Stevens - forum: tuttosuisistemididifesapersonale]
Si tratta del cosiddetto "stress da combattimento",il quale ha una psicofisiologia particolare, per certi versi unica e non assimilabile ad altre forme di stress, come quello da competizione, per esempio.
Appena il cervello riconosce una situazione di pericolo potenzialmente mortale, le ghiandole surrenali rilasciano un forte quantitativo di adrenalina nel sistema circolatorio.
L'adrenalina è un ormone in grado di produrre intensi cambiamenti fisici, percettivi e psichici tra i quali:
- aumento della frequenza cardiaca e pressione sanguigna
- aumento della sudorazione (correlato allo sfruttamento intensivo delle risorse di energia già immagazzinate dal corpo)
- aumento della frequenza respiratoria (come sopra)
- riduzione della produzione di saliva e di muco (bocca secca)
- aumento della massa e del tono muscolare e della forza fisica
- forte riduzione della percezione del dolore
- dilatazione delle pupille
- richiamo di sangue dalla periferia al centro (estremità fredde)
- aumento della capacità di coagulazione del sangue
- contrazione di muscoli e tendini allo scopo di fare scattare il corpo
A livello psichico e sensoriale, il rilascio di adrenalina nel sangue determina i seguenti effetti:
- riduzione della capacità di ragionamento e di ricordare
- effetto tunnel (riduzione del campo visivo, con perdita della visione periferica)
- diminuzione della percezione uditiva (i suoni sembrano attutiti o ovattati)
- effetto moviola (alterazione della percezione del tempo, visione al rallentatore)
- effetto bianco e nero (alterazione della percezione dei colori)
- disagio legato alla comparsa ed al diffondersi della paura
Lo stess da combattimento, può inficiare pesantemente le prestazioni del combattente, per cui, in presenza di un vero scontro "da strada" (potenzialmente mortale, quindi), anche persone sulla carta preparate (per esempio esperti in arti marziali, praticanti di sport da combattimento) si trovano in seria difficoltà o nell'impossibilità di replicare prestazioni che in palestra riescono senza problemi.
Il problema sembra legato anche alla frequenza cardiaca che, come già detto, aumenta vigorosamente sotto l'effetto dell'adrenalina, ma che provvoca effetti diversi in relazione al suo aumentare.
In pratica, più aumentano i battiti, maggiore è lo scadimento delle prestazioni del combattente.
In un celebre studio di Grossman & Co viene esposto uno schema riassuntivo molto eloquente:
80 bpm - frequenza normale
115 bpm - deterioramento delle abilità motorie fini
145 bpm - deterioramento delle abilità motorie complesse
175 bpm - deterioramento dei processi cognitivi
vasocostrizione
perdita della visione periferica (effetto tunnel)
perdita della percezione profondità/distanza
esclusione uditiva
oltre i 175 bpm:
- reazioni irrazionali di attacco e fuga
paralisi
perdita del controllo di svinteri/vescica
attività motorie grossolane
La cosa più importante da notare al riguardo, è che questi sintomi/effetti sono specifici dello stress da combattimento e non compaiono affatto in altre forme di stress, come per esempio nel combattimento sportivo, o nello sport intenso.
Durante le competizioni, infatti, la frequenza cardiaca può raggiungere e anche superare i fatidici 175 bpm ma non avremo gli effetti che ho elencato sopra.
Questa problematica costituisce un enorme ostacolo per gli istruttori di difesa personale e per tutti quelli che devono formare qualcuno per il combattimento reale.
Il problema è talmente enorme che la maggior parte non se ne occupa affatto e, quelli che lo fanno, il più delle volte se ne occupano nel modo sbagliato.
Riassumendo, per allenare qualcuno ad affrontare lo stress da combattimento, allo scopo quindi di limitare gli effetti negativi della paura, occorre creare delle situazioni di rischio realistiche per l'allievo, al limite del codice penale.
Alcuni istruttori, invece, prendono la scorciatoia di sottoporre gli allievi ad un intenso stress fisico/atletico con esercizi faticosi, frenetici ed intensi fino a scoppiare.
Secondo loro, allenarsi a questo tipo di stress equivale ad allenarsi al combattimento reale (e letale).
Purtroppo non è così, e ancora una volta si rischia di allenare persone destinate ad acquisire false sicurezze, destinate a costar care.
[Fonte: Franco Stevens - forum: tuttosuisistemididifesapersonale]
Quando si cede alla violenza...
Video scioccante - sconsigliabile alle persone impressionabili e ai minorenni! - che illustra una rissa scatenata da "futili motivi" su un'autostrada di Los Angeles (U.S.A.).
Questo dovrebbe insegnare alcune cosette:
a) quando si decide di "fare a botte" si entra sempre in una situazione in cui può succedere di tutto e si apre un intero universo di possibilità dalle conseguenze imprevedibili;
b) in questi casi chi avete di fronte userà qualsiasi arma, espediente, trucco o scorrettezza possibile per farvi del male;
c) se il vostro opponente ha un amico o un complice, questi interverrà SEMPRE in suo aiuto. Scordatevi le parole: correttezza, fair-play ed onestà, queste sono chimere che esistono solo nelle fiabe;
d) non aspettatevi l'aiuto di nessuno. Gli eventuali testimoni non interverranno, principalmente per paura di venire coinvolti o di diventare uno scomodo "bersaglio sostitutivo". Al massimo vi riprenderanno col telefonino, pronti a pubblicare il video su you-tube!
e) finchè rimanete in piedi, avete la possibilità di cavarvela con pochi danni, ma se finite a terra siete finiti. Non aspettatevi che l'aggressore si fermi perchè invece questi infierirà con tutta la ferocia possibile.
Ed ora la fatidica domanda: «Vale la pena buttarsi in queste avventure? O forse è meglio imparare a controllare il proprio ego?» :-)
Questo dovrebbe insegnare alcune cosette:
a) quando si decide di "fare a botte" si entra sempre in una situazione in cui può succedere di tutto e si apre un intero universo di possibilità dalle conseguenze imprevedibili;
b) in questi casi chi avete di fronte userà qualsiasi arma, espediente, trucco o scorrettezza possibile per farvi del male;
c) se il vostro opponente ha un amico o un complice, questi interverrà SEMPRE in suo aiuto. Scordatevi le parole: correttezza, fair-play ed onestà, queste sono chimere che esistono solo nelle fiabe;
d) non aspettatevi l'aiuto di nessuno. Gli eventuali testimoni non interverranno, principalmente per paura di venire coinvolti o di diventare uno scomodo "bersaglio sostitutivo". Al massimo vi riprenderanno col telefonino, pronti a pubblicare il video su you-tube!
e) finchè rimanete in piedi, avete la possibilità di cavarvela con pochi danni, ma se finite a terra siete finiti. Non aspettatevi che l'aggressore si fermi perchè invece questi infierirà con tutta la ferocia possibile.
Ed ora la fatidica domanda: «Vale la pena buttarsi in queste avventure? O forse è meglio imparare a controllare il proprio ego?» :-)
venerdì 4 luglio 2014
I pugni non funzionano!
Nell'immaginario collettivo il pugno è la nostra arma naturale. Fin dai tempi degli antichi greci la Nobile Arte del pugilato insegna ad usare in maniera razionale e scientifica le nostre mani strette a pugno e ad usarle come arma. Effettivamente, nelle mani di un atleta esperto e ben allenato, questo è vero però (c'è sempre un però a questo mondo!)... Bisogna fare alcune puntualizzazioni.
Per prima cosa la mano (e l'articolazione del polso) non è fatta per essere usata come una mazza, ma per stringere, afferrare, manipolare... Accarezzare! Se vogliamo usare i pugni come arma dobbiamo allenare e “indurire” in maniera sistematica le nostre mani e l'unica maniera per farlo è quella di colpire ripetutamente e sistematicamente un sacco pesante, in primo luogo per allenarci a trasmettere il nostro peso e la nostra forza in ogni colpo e in secondo luogo indurire la pelle delle mani. Dopo un lungo (e doloroso!) periodo d'allenamento, le fibre ossee di mani e braccia si orienteranno nella direzione dei colpi, rendendoci più efficaci e resistenti.
Senza questo lungo e doloroso “condizionamento” si correrebbe il rischio di spezzarsi (o dislocarsi) una o più falangi oppure il polso... Ma questo pericolo non si potrà mai eliminare del tutto!
Guardate i pugili. Le loro mani sono allenate ed indurite da anni di esercizi di indurimento, sono protette da una generosa fasciatura e da pesanti guantoni imbottiti, eppure l'infortunio di gran lunga più diffuso è la frattura o la dislocazione di mani e polsi.
Quando colpiamo con un pugno le robuste strutture ossee dell'arcata oculare o della fronte la mano subisce uno shock terribile e, anche se questa è ben allenata e “indurita”, quasi sicuramente ci frattureremo perlomeno una falange. Per non parlare se impattiamo con la mano su altre zone “dure”, come ad esempio i gomiti.
Ma c'è un'altra cattiva notizia per i seguaci dell'arte di Fistiana: senza guantoni i pugni sono notevolmente meno efficaci e non riescono a trasmettere pienamente la nostra forza-peso!
Per capire meglio questo apparente paradosso, osserviamo uno dei colpi più efficaci della boxe moderna, il gancio alla mascella. Con i guantoni è relativamente facile da eseguire e non serve mirare con grande precisione: la superficie del guantone rende la nostra mano un “pezzo unico”, una vera e propria mazza e, pur non facendo troppi danni a livello epidermico, riesce a trasmettere pienamente la nostra forza-peso sul bersaglio. In questo caso il risultato sarà un immediato KO dell'avversario.
Senza guantoni il discorso cambia totalmente: se non si colpisce la mandibola con precisione millimetrica, non solo non avremo nessun KO, ma ci ritroveremo con una falange o un dito fratturato. Ma anche nel caso di centro perfetto le probabilità di mettere KO l'avversario saranno drasticamente ridotte.
Gli atleti del vecchio pugilato senza guantoni (Bare-knucle boxing) conoscevano benissimo questo problema ed infatti i ganci erano pressochè inesistenti, inoltre la massima preoccupazione dei pugili era la tutela delle mani.
Anche gli antichi pugilatori romani conoscevano il problema ed usavano proteggersi le mani con delle strisce di cuoio ricoperte da borchie metalliche (queste protezioni erano chiamate “cesti”).
In conclusione, i pugni possono essere usati (con molta prudenza!) solamente dai pugili e da chi ha le mani particolarmente robuste e callose. Gli altri... E' meglio che lascino perdere!
La mano può essere però utilizzata in altre maniere molto più semplici ed efficaci del pugno, specialmente da una persona “media” senza alcun allenamento specifico e ancor più dalle donne. Esistono metodi e tecniche estremamente efficaci e studiati per permettere a chiunque di abbattere qualsiasi avversario, anche se più grande e grosso di noi.
Con queste tecniche particolari, nella Seconda Guerra Mondiale, delle ragazze di 50 kg di peso sono riuscite a mettere KO omaccioni che pesavano il doppio di loro!
Per prima cosa la mano (e l'articolazione del polso) non è fatta per essere usata come una mazza, ma per stringere, afferrare, manipolare... Accarezzare! Se vogliamo usare i pugni come arma dobbiamo allenare e “indurire” in maniera sistematica le nostre mani e l'unica maniera per farlo è quella di colpire ripetutamente e sistematicamente un sacco pesante, in primo luogo per allenarci a trasmettere il nostro peso e la nostra forza in ogni colpo e in secondo luogo indurire la pelle delle mani. Dopo un lungo (e doloroso!) periodo d'allenamento, le fibre ossee di mani e braccia si orienteranno nella direzione dei colpi, rendendoci più efficaci e resistenti.
Senza questo lungo e doloroso “condizionamento” si correrebbe il rischio di spezzarsi (o dislocarsi) una o più falangi oppure il polso... Ma questo pericolo non si potrà mai eliminare del tutto!
Guardate i pugili. Le loro mani sono allenate ed indurite da anni di esercizi di indurimento, sono protette da una generosa fasciatura e da pesanti guantoni imbottiti, eppure l'infortunio di gran lunga più diffuso è la frattura o la dislocazione di mani e polsi.
Quando colpiamo con un pugno le robuste strutture ossee dell'arcata oculare o della fronte la mano subisce uno shock terribile e, anche se questa è ben allenata e “indurita”, quasi sicuramente ci frattureremo perlomeno una falange. Per non parlare se impattiamo con la mano su altre zone “dure”, come ad esempio i gomiti.
Ma c'è un'altra cattiva notizia per i seguaci dell'arte di Fistiana: senza guantoni i pugni sono notevolmente meno efficaci e non riescono a trasmettere pienamente la nostra forza-peso!
Per capire meglio questo apparente paradosso, osserviamo uno dei colpi più efficaci della boxe moderna, il gancio alla mascella. Con i guantoni è relativamente facile da eseguire e non serve mirare con grande precisione: la superficie del guantone rende la nostra mano un “pezzo unico”, una vera e propria mazza e, pur non facendo troppi danni a livello epidermico, riesce a trasmettere pienamente la nostra forza-peso sul bersaglio. In questo caso il risultato sarà un immediato KO dell'avversario.
Senza guantoni il discorso cambia totalmente: se non si colpisce la mandibola con precisione millimetrica, non solo non avremo nessun KO, ma ci ritroveremo con una falange o un dito fratturato. Ma anche nel caso di centro perfetto le probabilità di mettere KO l'avversario saranno drasticamente ridotte.
Gli atleti del vecchio pugilato senza guantoni (Bare-knucle boxing) conoscevano benissimo questo problema ed infatti i ganci erano pressochè inesistenti, inoltre la massima preoccupazione dei pugili era la tutela delle mani.
Anche gli antichi pugilatori romani conoscevano il problema ed usavano proteggersi le mani con delle strisce di cuoio ricoperte da borchie metalliche (queste protezioni erano chiamate “cesti”).
In conclusione, i pugni possono essere usati (con molta prudenza!) solamente dai pugili e da chi ha le mani particolarmente robuste e callose. Gli altri... E' meglio che lascino perdere!
La mano può essere però utilizzata in altre maniere molto più semplici ed efficaci del pugno, specialmente da una persona “media” senza alcun allenamento specifico e ancor più dalle donne. Esistono metodi e tecniche estremamente efficaci e studiati per permettere a chiunque di abbattere qualsiasi avversario, anche se più grande e grosso di noi.
Con queste tecniche particolari, nella Seconda Guerra Mondiale, delle ragazze di 50 kg di peso sono riuscite a mettere KO omaccioni che pesavano il doppio di loro!
I moderni metodi di autodifesa.
Il S.I.A. è sistema di autodifesa “reality-based”, ovvero basato sulla realtà. Per questo motivo la sua filosofia, le sue tecniche e le sue strategie sono diverse dalle arti marziali tradizionali.
Con questo non voglio certo fare spacconate del tipo: «il mio kung-fu è meglio del tuo...» od altre scemenze simili ma puntualizzare, invece, la specializzazione, l'attualità e la scientificità dei moderni sistemi di autodifesa che affrontano il problema della violenza in maniera completa ed esauriente.
Dietro l'apparente semplicità di questi sistemi ci sono, in realtà, profondi studi statistici, medici, biomeccanici e psicologici, oltre che tecnici. Fra le altre cose, vengono presi in esame i vari tipi di aggressione, come nascono e come si sviluppano, i rituali che seguono e i messaggi corporei degli attori, la loro psicologia, ecc. Inoltre vengono studiate le tecniche per evitare, prevenire ed eventualmente gestire tutte le situazioni a rischio nonché le eventuali implicazioni psicologiche e persino quelle legali.
Nelle arti marziali ci si allena nelle tecniche e nel combattimento con i compagni di corso, ma ciò avviene in un ambiente sicuro e controllato. Di solito questo avviene dopo una seduta di esercizi di riscaldamento e quando siamo pronti l'istruttore da il via. Siamo sicuri che il nostro compagno rispetterà le regole, non eseguirà colpi scorretti (ad es. colpi sotto la cintura, dita negli occhi, ecc.) e che se cadiamo o siamo colpiti l'esercizio verrà interrotto, per darci la possibilità di riprenderci e rialzaci.
Ambedue gli atleti indossano delle protezioni (guantoni, paradenti, caschetti, parastinchi, ecc.) e il pavimento è pulito e “morbido”, per evitare incidenti in caso di cadute...
Evidentemente queste condizioni sono distanti anni luce da quelle di una vera aggressione. Prima di tutto questa avverrà quando meno ve l'aspettate: un attimo prima passeggiavate tranquilli pensando alle vostre faccende poi, d'improvviso, vi trovate investiti dalla violenza, dapprima verbale e poi fisica.
In secondo luogo l'aggressore userà ogni trucco, mezzo sleale e scorrettezza possibile per farvi del male. Non ci sarà un arbitro a “dare il via”, ma il cattivo vi colpirà all'improvviso, magari quando parlate o rispondete a una domanda che il furbacchione vi ha fatto col solo scopo di distrarvi.
In palestra nessuno si sognerebbe di spaccarvi una sedia sulla testa o tirarvi un portacenere in faccia. Nessuno vi colpirà in maniera selvaggia quando siete a terra e men che meno qualcuno userà “tecniche proibite” o vi attaccherà con l'aiuto di un complice. In strada, invece, tutto ciò è la norma.
Come potreste reagire quando venite assaliti all'uscita di un bancomat, di un ascensore o in un parcheggio? Come comportarsi quando entrate in un parcheggio sotterraneo e vedete un gruppetto di persone che bighellonano proprio dove dovete passare? Cosa fare quando, dopo un reciproco scambio di gestacci, l'automobilista davanti a voi vi blocca, scende e si dirige verso di voi con fare minaccioso? Cosa fare se vi accorgete che al centro commerciale qualcuno vi segue?
Nelle arti marziali tradizionali questi scenari reali non vengono nemmeno presi in considerazione, mentre i moderni sistemi insegnano non solo come comportarsi correttamente per tutelare la propria sicurezza, ma propongono anche dei “giochi di ruolo” specifici, cercando di coinvolgere emotivamente gli allievi ed allenarli, anche psicologicamente, ad affrontare tutte le possibili situazioni a rischio.
A un “profano” tutto ciò potrebbe sembrare complicato e difficile, mentre in realtà vengono insegnati principi, tecniche e tattiche “standard”, cioè adattabili ad ogni situazione.
Tutti possono imparare a difendersi in brevissimo tempo, indipendentemente dalla loro età, sesso, grado di allenamento e prestanza fisica. Il motto dei moderni “Combatives” è:
“Quello che impari stamattina, potrai applicarlo per difenderti già nel pomeriggio!”
Con questo non voglio certo fare spacconate del tipo: «il mio kung-fu è meglio del tuo...» od altre scemenze simili ma puntualizzare, invece, la specializzazione, l'attualità e la scientificità dei moderni sistemi di autodifesa che affrontano il problema della violenza in maniera completa ed esauriente.
Dietro l'apparente semplicità di questi sistemi ci sono, in realtà, profondi studi statistici, medici, biomeccanici e psicologici, oltre che tecnici. Fra le altre cose, vengono presi in esame i vari tipi di aggressione, come nascono e come si sviluppano, i rituali che seguono e i messaggi corporei degli attori, la loro psicologia, ecc. Inoltre vengono studiate le tecniche per evitare, prevenire ed eventualmente gestire tutte le situazioni a rischio nonché le eventuali implicazioni psicologiche e persino quelle legali.
Nelle arti marziali ci si allena nelle tecniche e nel combattimento con i compagni di corso, ma ciò avviene in un ambiente sicuro e controllato. Di solito questo avviene dopo una seduta di esercizi di riscaldamento e quando siamo pronti l'istruttore da il via. Siamo sicuri che il nostro compagno rispetterà le regole, non eseguirà colpi scorretti (ad es. colpi sotto la cintura, dita negli occhi, ecc.) e che se cadiamo o siamo colpiti l'esercizio verrà interrotto, per darci la possibilità di riprenderci e rialzaci.
Ambedue gli atleti indossano delle protezioni (guantoni, paradenti, caschetti, parastinchi, ecc.) e il pavimento è pulito e “morbido”, per evitare incidenti in caso di cadute...
Evidentemente queste condizioni sono distanti anni luce da quelle di una vera aggressione. Prima di tutto questa avverrà quando meno ve l'aspettate: un attimo prima passeggiavate tranquilli pensando alle vostre faccende poi, d'improvviso, vi trovate investiti dalla violenza, dapprima verbale e poi fisica.
In secondo luogo l'aggressore userà ogni trucco, mezzo sleale e scorrettezza possibile per farvi del male. Non ci sarà un arbitro a “dare il via”, ma il cattivo vi colpirà all'improvviso, magari quando parlate o rispondete a una domanda che il furbacchione vi ha fatto col solo scopo di distrarvi.
In palestra nessuno si sognerebbe di spaccarvi una sedia sulla testa o tirarvi un portacenere in faccia. Nessuno vi colpirà in maniera selvaggia quando siete a terra e men che meno qualcuno userà “tecniche proibite” o vi attaccherà con l'aiuto di un complice. In strada, invece, tutto ciò è la norma.
Come potreste reagire quando venite assaliti all'uscita di un bancomat, di un ascensore o in un parcheggio? Come comportarsi quando entrate in un parcheggio sotterraneo e vedete un gruppetto di persone che bighellonano proprio dove dovete passare? Cosa fare quando, dopo un reciproco scambio di gestacci, l'automobilista davanti a voi vi blocca, scende e si dirige verso di voi con fare minaccioso? Cosa fare se vi accorgete che al centro commerciale qualcuno vi segue?
Nelle arti marziali tradizionali questi scenari reali non vengono nemmeno presi in considerazione, mentre i moderni sistemi insegnano non solo come comportarsi correttamente per tutelare la propria sicurezza, ma propongono anche dei “giochi di ruolo” specifici, cercando di coinvolgere emotivamente gli allievi ed allenarli, anche psicologicamente, ad affrontare tutte le possibili situazioni a rischio.
A un “profano” tutto ciò potrebbe sembrare complicato e difficile, mentre in realtà vengono insegnati principi, tecniche e tattiche “standard”, cioè adattabili ad ogni situazione.
Tutti possono imparare a difendersi in brevissimo tempo, indipendentemente dalla loro età, sesso, grado di allenamento e prestanza fisica. Il motto dei moderni “Combatives” è:
“Quello che impari stamattina, potrai applicarlo per difenderti già nel pomeriggio!”
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